Dammi un altro giorno – I e II cap.

1

chisono_scr – Vuoi il divorzio?

Ma è una voce senza corpo né tono, e se Claudio dovesse indovinare a chi appartiene – perché in fondo è quiz, è un gioco dal pacco vincente o, meglio ancora, è la ruota della fortuna che gira – lui non saprebbe cosa dire, cosa precisare. Perché in fondo potrebbe, anzi dovrebbe, lui, dire rigido, duro, come hai potuto, e alzarsi, tirarle uno schiaffo, gettare quel corpo sconosciuto, ora, a terra, e dire sei una puttana della peggior razza, ecco cosa sei, e prenderla per i capelli, potrebbe e dovrebbe farlo a pieno diritto di uomo ferito umiliato condannato, dirle mi fai schifo, adesso prendi tutte le tue cose, i tuoi stracci da quattro soldi di donna sfatta e guasta ed esci, vai via, di qua e da me, lui, dire sei un mostro perché tu ora sei il niente e io ti rigetto.

La schiena di Rachele è piccola e chiusa in se stessa; il suo alito di fumo si addensa sul vetro della finestra buia e lo imbianca a intermittenza. Seduto sulla sponda del letto (da quanto tempo siamo qui? posso baciarti, adesso?) Claudio la guarda, le mascelle tese di rabbia e dolore:

– Vuoi il divorzio? – domanda di nuovo – rispondi.

Anzi no, pensa, stai zitta, muta per sempre; immobile e in silenzio (Rachele non avere paura, siamo già in seconda liceo e sarà solo un bacio), ed ogni cosa tornerà al suo posto. Claudio affonda il viso nelle mani sudate: chiudi gli occhi, puttana, chiudili; chiudiamoli tutti e due e poi li apriremo e non ci sarà niente di tutto questo. Concentrazione, Rachele. Concentrazione e andare avanti: come quel gioco di triangoli e sfere e rettangoli da incasellare che Claudio ha nella sala giochi e che usa per i suoi bambini, per rasserenarli, per dirgli che ogni cosa ha il suo posto, quello giusto e definitivo, basta trovarlo, e che non ti devi preoccupare, ti troveremo una casa, una mamma e un papà nuovi di zecca e che non ti faranno mai del male e tu sarai felice e di me neanche ti ricorderai più. Te lo prometto, Rachele, basta che stai ferma, basta che stai zitta. (un bacio soltanto, te lo giuro.) Perché a pranzo Rachele aveva preso in mano la forchetta e poi la forchetta le era caduta secca di mano, e aveva cominciato a parlare strozzata, poi veloce e con gli occhi prima al piatto pieno e freddo e poi al soffitto macchiato di fumo ma mai su di lui: Claudio io ti devo parlare, tu devi sapere.

Claudio si alza, cammina agitato dentro dei solidi confini immaginari. Quello è un cubo: prendilo e mettilo al suo posto; no, non là, qua, è questo il suo posto. No, ti ho detto non là. Poi si risiede facendo attenzione a rioccupare la stessa insenatura da lui lasciata prima sul copriletto. Concentrati e rifallo, ricomincia. Andrà tutto bene; bene, tutto andrà com’è giusto che vada.

[Continua in formato .pdf, perciò cliccare qui per scaricare i primi due capitoli di Dammi un altro giorno]

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