Tricks

Ferruccio, schisono_screduto sulla sua tavola carta vetrata, impugna il foglio a quadretti grandi ripiegato in sei parti e con attaccato, su un lato, un pezzetto di scotch. È il giorno e l’ora della spesa: quando Samia passerà sotto i portici con sua madre, con le borse dell’Lidl piene, lui salterà sullo skate, e scivolando veloce vicino a Samia farà nascere il vento e il velo si solleverà. Buongiorno Signora come sta? E intanto avrà attaccato il biglietto sotto al velo della figlia. E quando Samia sarà sola e si toglierà il velo vedrà il foglio e capirà tutto, sarà l’inizio. Per scriverlo aveva chiesto aiuto a Said, ma Said è analfabeta e allora tanto vale; perchè un conto è dirlo e un conto è scriverlo, pensa Ferruccio. Però se lo è fatto ripetere tante volte e, per ridurre le probabilità di errore, Ferruccio ha scritto sul foglio tutte le combinazioni che gli sono venute in mente: abibti, a’bibti, abibtì, habihbith, hhabibti, haibithh, abibtih, habibti[1]. Le ha scritte in stampatello e in corsivo, un po’ grandi e un po’ piccole, e pure in diagonale. Adesso pensa che forse avrebbe dovuto impegnarsi di più a scrivere con l’alfabeto arabo stampato sul cartellone appeso in classe. Ci aveva provato durante l’ora di matematica, guardando bene i segni fino a non poter più tenere gli occhi aperti e poi calcando forte la penna sul foglio, da destra a sinistra: una specie di mare disordinato. Arabo scritto con l’alfabeto italiano, aveva concluso, una via di mezzo, potrebbe funzionare.

Lei dovrebbe venire da sinistra, suo fratello e gli altri da destra: la strada è libera da entrambe le parti. Apre appena il pugno: le dita raccolgono il biglietto dall’incavo della mano, lo girano e lo rigirano; prima che arrivano gli altri, mormora.
Ha pensato anche al padre di Samia, se la scopre; potrebbe sfregiarla, legarle mani e piedi al tavolo e frustarla. Oppure potrebbe fare come quel musulmano che hanno fatto vedere al TG1: quello che ha sgozzato la figlia perché amava un italiano e poi ha dato il corpo in pasto al rottweiler. Il giornalista aveva anche scoperto che l’uomo era un terrorista di Al-Qaida, un cugino di bin-Laden o qualcosa del genere. Ferruccio ricerca nella memoria i piani e li ripassa, perché se deve agire lo deve fare in fretta. Piano A: correrà al bar Sport e chiederà a Pizzo e Olmo di chiamare a raccolta i Barbaro e i Papalia, e anche i Sergi e pure i Madonia. Piano B: rapirà Samia nella notte e loro due soli, su un treno graviCantinedo di bestie e paglia, andranno in Spagna da Enzino a fare la vita delle Ramblas. E tutto sarà bello e tutto andrà bene.

Dalla pizzeria di Lao-She arriva una folata di profumo; Ferruccio sente lo stomaco masticare la fame, annodarsi inclemente attorno al vuoto. È contento dei suoi piani perché li ha ideati senza chiedere aiuto a Franco, ma adesso suo fratello starà mangiando una doppia porzione di polpettone. Potevo almeno metterlo in un panino, pensa, ma poi sai che figuraccia farsi beccare da Samia con il polpettone in bocca. Quando torno a casa, decide, mi faccio un panino con burro e zucchero.
Ripensa al profumo di Samia, Ferruccio; ripensa a quando lei era in cartoleria e lui era scivolato tra la calca di madri fino a raggiungerla. Il profumo era lo stesso del cioccolato brasiliano che una volta a settimana Ferruccio mangia da Don Antonio, la sua ricompensa per l’aiuto dato al Padre a vestirsi e svestirsi prima e dopo la Messa. È una cioccolata buonissima, da leccarsi la punta delle dita. Forse Samia era stata anche in Brasile e il profumo lo aveva preso da là.

Ferruccio ancheggia sulla tavola: le ruote scorrono a singhiozzo sul suolo strozzato dei portici. Cristo santo Samia datti una mossa.
Le scritte sui muri sono colpi incontenibili e ripetuti: Angy, 883, una stella in un cerchio, Jion ti amo 4 ever, Lola&Patty, una stella senza cerchio, succhiamelo, Fra 6 la mia vita, vota comunista, C.D.T.A.T. E poi ci sono pure la tag di Spark, Metic, Hulahop, Spritz: i White Lions invadono il territorio, lo marchiano. È come dichiarare guerra, dice Franco. Ferruccio li vede alle Torri Bianche, quando accompagna sua mamma a fare le pulizie alla scuola superiore, e vorrebbe chiedergli di insegnargli a scrivere le lettere come le fanno loro: tutte belle tonde o tutte perfettamente squadrate, con i contorni spessi e i colori che sfumano. Ma Franco non approverebbe la contaminazione, come le chiama lui, e lo farebbe uscire dal gruppo. Neanche i rollerblade sono ammessi. È ovvio che se vuoi essere dei nostri i pattini non li puoi usare, gli aveva detto, i pattini non hanno identità vera, original. Toglieteli: e lui se li era tolti, per non uscire dal gruppo. Ora Ferruccio vuole imparare a fare tutti i tricks e diventare una maestro dello skateboarding come Franco. Se imparo bene, pensa, sulle Ramblas farò un mucchio di soldi.

Franco ha sedici anni, è già esperto del mondo dell’amore e si fa pure la barba. La domenica mattina Ferruccio lo guarda schiumarsi il viso, radersi allo specchio, picchiettarsi gagliardo il viso con il dopobarba. E ci sono notti che Ferruccio, sotto le lenzuola, rimane immobile con la mano aperta sulla guancia in attesa di sentire i peli spuntare e pungere la mano; e va a finire che si addormenta con la bocca aperta e ogni tanto si sveglia, di scatto, nella notte: eccoli! eccoli! ma è solo il rivolo di saliva che dall’angolo della bocca scivola bianco e schiumoso sul cuscino. Il trucco è farle soffrire, dice Franco, un pelo di barba per ogni sofferenza di donna. Ferruccio non capisce bene come una persona possa volere soffrire, però la barba la invidia lo stesso, e pure le donne che lo chiamano così spesso al cellulare che ormai lui non risponde più, lo spegne e va a farsi un giro.
Ferruccio vede gli altri arrivare e infila il biglietto in tasca; la colla dello scotch è ora un insieme disperso di piccoli grumi neri vagamente appiccicosi.

*

Gianni da un colpo al tail e solleva la tavola; lui è bravo a skateare anche se è grasso e il suo peso inclina la tavola.
– Che fai, aspetti la negra?
– Aspettavo voi.
– Fatti fare questo in bocca – Gianni si mette una mano tra le gambe – alle negre piace.
– Guarda che lo so, ma tanto io con le negre mica ci vado.
Franco gli tira uno schiaffetto sulla guancia:
– Scemo – dice – ti sei perso il polpettone.
– Non c’avevo fame.
Ferruccio si tira alla vita i pantaloni extra-size; si vergogna perché il sagging non va più di moda: adesso gli altri vestono alla Old-skool, con i pantaloni attillati e con le All-star alte.
– Raga, Gianni ha portato le birre e Pinuccio il player. Si va alle vecchie pedane e spacchiamo.
Gianni e Pinuccio si guardano, fermi con la tavola in mano; guardano Franco:
– Il Marinaio è uscito, e zero domiciliari.
– Tanto quello non esce lo stesso – dice Pinuccio – li attira direttamente in casa.
– Magari se tu non guardi lui non esce – dice Gianni.
– Andiamo alla Rotonda!
– Pinù, la Rotonda è da froci – dice Franco – e tu sei sempre il solito cazzone che dice cose cazzute.
Poi tira su con il naso, sputa a terra:
– Io di quello non c’ho paura, – il piede destro spinge, aggredisce l’asfalto – e chi arriva ultimo mi compra le sigarette!
Ferruccio salta sullo skate e segue il gruppo sciamare lungo via Baroni, cavalcare i marciapiedi butterati, rasentare le macchine dormienti al sole. Abibti, pensa.

– Fica – Ferruccio non sa cos’altro dire.
– ‘sti cerchioni sono da sballo – dice Gianni.
– Non pensavo la 500 era così bella.
– Rosso sangue, italian soul – recita Gianni.
– Si dice rosso fuoco. E poi la fanno i cinesi, mica noi.
– Pinù, tu ti credi di sapere tutto solo perché la tua famiglia ha la cartoleria.
– Io so, e so pure che Emilio l’ha vinta con il tappo della coca-cola.
Franco va sotto il balcone di Emilio.
– ‘Sto ciccio bombo pieno di merda, – grida – c’hai avuto una bella fortuna!
Dalla bocca di Emilio esce un respiro agitato; con la mano fa segno ai ragazzi di allontanarsi: sciò.
–  Sei così grasso -continua Franco- che non passi neppure per la porta di casa, figuriamoci entrare in ‘sta macchina.
– E quello chi è? – Gianni punta il dito verso la strada, in direzione del Bar Sport.
– Dicono che i ciechi hanno una specie di morbo al cervello che lo fa marcire perciò quella parte di cervello non vede più, e allora loro diventano matti.
– Pinù minchione – Franco lo urta – spostati e stai zitto.
Il cieco puntella le strisce pedonali.
– Ma tu lo sai che faccia hai?
Il cieco si arresta attento in mezzo alla strada. Con lo skate, Franco compie ripetuti cerchi attorno all’uomo che ora immobile stringe a due mani il bastone.
– Ma tu lo sai che faccia hai?
Gli altri guardano dal marciapiede. Ferruccio ha la sensazione che in ciò che sta vedendo ci sia qualcosa di sbagliato, ma non saprebbe dire bene cosa, e Don Antonio gli dice sempre che se non sai dire una cosa, se non sai dargli un nome, allora questa cosa non esiste.
– Se mi dai il bastone ti faccio vedere io che faccia hai.
Una macchina frena a pochi passi da loro: un uomo suona nervoso il clacson e Franco gli alza il dito medio. Poi torna dal cieco:
– Hai la faccia da culo!
E tira un calcio al bastone.

All’angolo di via Saponaro Franco intima l’alt.
– C’ho da fare un servizio, dice.
Gli altri lo guardano skateare verso la farmacia, scomparire sotto i portici.
– Pinù – dice Gianni sedendosi a terra – vero che Gratosoglio fa schifo?
– Non lo so, però al mondo ci sono altri posti e non credo che sono tutti uguali a qui.
– Conoscete Cernusco sul Naviglio? – domanda Ferruccio.
Pinuccio si side vicino a Gianni e accende una Pall Mall.
– No. E chissene.
– A me mi ci ha mandato la Brugnoli a farmi vedere da una famiglia che magari mi tenevano con loro. Lì è tranquillo e hanno tutti la villetta col giardino privato che è un parco. E poi l’aria è più buona, si sente subito appena entri.
– Eccerto – dice Gianni rovistando nello zaino – e alla fine tu sei sempre qui.
– Mio padre dice che anni fa qui ci stava il baracchino dei ghiaccioli e delle angurie e d’estate stavano tutti seduti là. E poi più giù, davanti alle vecchie pedane, la baracca verde era il fioraio. Dice che quando lui aveva la nostra età era tutta un’altra storia.
– Pinù, per i vecchi è sempre tutta un’altra storia. E poi a me sembra strano che qui c’era un fioraio.
– Perché?
– Qui chi compra i fiori per chi? Mm?
– Per i morti- risponde Pinuccio
– Appunto. – dice Gianni
– Io me ne vado.
Gianni e Pinuccio sollevano lo sguardo verso Ferruccio. Ferruccio afferra la sigaretta dalla mano di Pinuccio, tira una boccata profonda:
Me ne vado in Spagna da Enzino, – poi tira un’altra boccata, tesa – e nessuno mi vede più.

*

Arrivano alle vecchie pedane, guardano: civico ventuno, primo piano: balcone del Marinaio deserto, tapparella alzata, finestra ben chiusa, via libera.
Le chiamano vecchie pedane ma di pedane ce n’è una sola ed è pure un po’ stretta. Però è liscia: le ruote ammiccano al piano di legno chiaro e compatto; e curva bene: da un estremo all’altro la mezza luna è un trampolino verso l’alto più alto che c’è, quello che lo punti e dici: adesso ti piglio.

Gianni posa lo zaino a terra e si siede pesante; sente il sudore grasso colare dalle tempie, strisciare dalle ascelle lungo i fianchi insaccati: deve dimagrire altrimenti farà la fine di Emilio. Pinuccio sfila dallo zaino l’mp3 player e due casse portatili; schiaccia il tasto di accensione, ma niente; schiaccia ancora, aspetta di vedere il pallino illuminarsi a rosso: ‘sta merda di player.
Ferruccio guarda Franco cullarsi rapido sulla pedana, slanciarsi verso il cielo senza perdere il dominio della tavola. Poi si alza; deve esercitarsi, perché se non impara bene l’ollie, la base di tutti i tricks, non riuscirà mai a fare quello che fanno tutti i grandi skaters: il triple-kickflip. Il piede destro fa pressione sulla parte posteriore della tavola: come risposta, il nose su cui poggia il piede sinistro dovrebbe sollevarsi, e Ferruccio, con una spinta verso l’alto e cercando di mantenere l’equilibrio per non fare una brutta fine, dovrebbe livellare la tavola in aria, renderla parallela al terreno se pur aderente ai suoi piedi. E alla fine dovrebbe atterrare glorioso, fare un pop secco e conclusivo. Ferruccio prova. Un piede in avanti e l’altro dietro (un buon assetto sulla tavola è cruciale); così, poi spingo dietro, così. Ma la tavola si solleva di uno sputo. Vicino a lui Gianni e Pinuccio scorrono gasati. Se lo fanno loro allora lo posso fare pure io, pensa. E magari scopro pure nuovi equilibri.

Con l’accendino Franco scardina il tappo delle birre e le distribuisce.
– Tu non mi sembra che hai il mio stesso sangue – dice al fratello – sei troppo lento a imparare.
A Ferruccio la birra non piace ma non può rifiutarla, perché a casa l’acqua non è buona per problemi alle tubature, e poi perché è già in debito a causa della sua lentezza e non vuole peggiorare la situazione.
– Ci manca la musica. – dice Franco – Pinù ma come minchia hai fatto a non caricare la batteria?
Pinuccio scrolla le spalle, sbuffa.
– Franco, ma tu la ragazza ce l’hai? – domanda Gianni.
– Ovvio.
– Chi, la Filomena?
– No, macchè. L’appiccicosa l’ho lasciata. E poi quelli che vivono alle cascine sono trogloditi. Ora sto con la Barbara.
– Barbara chi?
– La figlia di Olmo.
– Allora stai apposto, non ti tocca nessuno.
– Ma è vero che le donne perdono sangue?
– Che schifo – smorfia Ferruccio.
– Ferruccio, meglio che perdono sangue che negre; le negre puzzano.
Franco trascina a sé la tavola sulla quale è seduto il fratello, gli tira un pizzicotto sulla gamba, lo guarda:
– Il trucco è fare come i pastori con le pecore, – dice – le prendi da dietro e mentre spingi ti volti dall’altra parte così non senti l’odore. Oppure le porti sotto la doccia, ma l’acqua costa e non ne vale la pena di sprecarla.
– Ve l’ho già detto che io con le negre non ci vado – dice; poi avvinghia le labbra alla bottiglia, sente la birra calda scendere amara in gola.

Franco sembra nato con la tavola ai piedi. Il suo ollie è alto e preciso, poi l’avampiede calcia la tavola che rotea per ben tre volte di seguito sull’asse orizzontale: il triple-kickflip non è da tutti.
– Guarda e impara – dice a Ferruccio.
Franco ripete il triple-kickfilp una, due volte:
– Guarda meglio – insiste.
Tre, quattro volte di seguito: vedi? La suoneria del cellulare squilla dispotica e Franco perde la concentrazione proprio quando la tavola è a mezz’aria. La tavola cade e Franco atterra solitario; poi sfila il telefono dalla tasca dei pantaloni:
– ‘ste donne – e rimette in tasca il telefono senza rispondere, senza spegnerlo.
– Beato a te – dice Gianni.
– E di che? Io mi annoio.
Il telefono smette di suonare.
– Pure io mi annoio a stare così, senza nulla di nuovo che accade mai.
– Pinù – dice Gianni – per una volta non hai detto una stronzata.
– Ora vi faccio un trucco. E il trucco è che io arrivo prima di voi alla fontana, ma voi partite ora e io dopo che avrò contato fino a cento.
Pinuccio e Gianni scattano veloci sulla tavola lungo via Baroni senza guardarsi indietro. Ferruccio invece vuole scoprire il trucco del fratello e va a nascondersi dietro la baracca verde del vecchio fioraio: vuole vedere se fa come l’ultima volta, quando aveva detto di trovarsi in un posto e poi lui era andato in un altro, per poi dire che erano stati gli altri a non aver capito. Oppure metti che è tutta una finta, pensa Ferruccio mentre guarda Franco di spalle sfilare il cellulare dalla tasca, metti che adesso va alle cascine dalla Filomena, pensa, e la bacia in bocca con la lingua e le dice perdonami come si vede nei film.
Ferruccio vede Franco con la tavola al braccio entrare al civico ventuno. Il portone è già aperto. Poi solleva lo sguardo al balcone e vede l’uniforme bianca, il camisaccio stellato, vede la tapparella srotolarsi a scatti rumorosi ma regolari: uno, due, tre, quattro; ed è tutta giù: secca e dura. Ferruccio si gira: cerca, ricerca; monta sulla tavola, scalcia l’asfalto caliginoso ed empio.
– Samia! – urla – Samia!


[1] Habibti: dall’arabo “mia amata”, “mio amore”.

Tratto dalla raccolta Se non torno non mi cercare, opera segnalata al Premio Calvino XXIV ed.

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