Sarà così per sempre? [racconto QUASI su misura]

IMG_0718[per sapere cosa è un racconto “quasi su misura”, cliccare qui]

Il soffio fu lungo e lento, poi la corriera si fermò e i passeggeri smisero, come statue di gesso a comando, di fare quello che stavano facendo – i ragazzi d’inventare una canzone dalle rime oscene; una donna placida e imponente di sventolare un ventaglio improvvisato da un dépliant; Elisa e Diego di leggere. Fu un attimo sospeso e muto ai bordi di una strada serpentina tra le montagne che si affacciavano nette, che come spine bucavano il cielo.

– Ripartirà, vero? – domandò Elisa.

– Certo che ripartirà, è ovvio. – Diego sorrise fiducioso, e tornò a leggere.

L’idea di fare il viaggio in pullman era stata di Diego. Per non doversi preoccupare della guida, per osservare il panorama. Elisa sapeva che la ragione di quella via di viaggio era la spalla che aveva ripreso a fargli male dalla domenica precedente. Dalla finestra della cucina lo aveva visto, in giardino, portarsi la mano alla spalla, il viso indurito dal dolore. Rientrato in casa Diego non aveva detto niente ad Elisa, e lei, per evitare di accendere una discussione dalla quale molto probabilmente sarebbe uscita tramortita, non aveva indagato.

L’autista si agitava sui comandi, girava con rabbia una chiave dura, ostinata più di lui. Uno dei ragazzi lo canzonò volgarmente e gli altri della sua compagnia risero. Elisa osservò una ragazza del gruppo, minuta e con i capelli biondo cenere, diventare rossa in viso, mettersi una mano davanti alla bocca. Avranno avuto all’incirca sedici anni, la stessa età che avevano lei e Diego al loro primo bacio, nel seminterrato del Liceo. Ed eccoli trent’anni dopo, ancora insieme, sposati con una vita pacata, disciplinata; una bella casa in centro città, curata nel dettaglio e con un certo gusto di ciò che era, sosteneva Diego, di alto valore intellettuale. La loro vita di coppia era assodata: le serate a un grazioso cinema d’essai come non se ne trovavano più in città, o sul divano ad ascoltare qualche programma radiofonico (una radio appartenuta al nonno di Diego, splendidamente ammodernata nelle sue funzioni e della quale lui andava molto fiero e che non mancava mai di presentarla come il miglior pezzo di tutta la casa, moglie compresa), i fine settimana alla scoperta di nuovi vicoli in nuove città in cui gustare dell’ottima cucina locale. Gli amici, una manciata ma di pregio con cui condividere due chiacchiere e del buon vino. Eccoli, saldamente insieme in una vita fatta di cose genuine e raffinate, perché quel che era fatto era fatto e loro non avevano nulla di cui rimproverarsi.

I passeggeri iniziarono ad agitarsi, si sollevò prima un brusio e poi un coro confuso di domande su cosa fosse successo, quanto ci sarebbe voluto per ripartire, e se non fosse il caso di chiamare il soccorso stradale.

– Sei sicuro che ripartirà?

– Ripartirà. O chiamerà i soccorsi. Comunque da qui ci muoveremo –, poi Diego riaprì il libro che Elisa teneva chiuso sulle ginocchia per invitarla a tornare a leggere, e lui fece altrettanto.

Elisa origliò un uomo dietro di lei ipotizzare di raggiungere l’albergo a piedi.

– Secondo te manca…

– Non ci pensare neppure. – la interruppe Diego, e il suo sguardo era fisso sulla pagina – Saranno almeno venti chilometri.

IMG_0016L’autista aprì le porte. I primi a scendere furono i ragazzi della comitiva; si radunarono sotto un grosso albero e dalle loro tasche e borsette spuntarono accendini e pacchetti di sigarette. Dal finestrino, Elisa osservò la ragazza dai capelli biondo cenere tirare una boccata dietro l’altra, espirare il fumo alto nel cielo come a volerlo scacciare, e le sembrò che quel gesto, quel mento alzato con improvvisa impudenza, non le appartenesse davvero e che la facesse sembrare di colpo molto più vecchia di quel che era.

Scesero altri passeggeri, uno dietro l’altro. Qualcuno ridendo qualcuno sbuffando. Scese anche l’autista, il cellulare in una mano e con l’altra trafficava all’interno del portabagagli.

– Scendiamo anche noi?

Diego alzò la testa dal libro, guardò fuori annoiato.

– E perché mai? Vedrai che adesso ripartiremo. È inutile agitarsi se non c’è niente che puoi fare.

– Forse possiamo fare qualcosa per aiutare l’autista. Tu te ne intendi di macchine.

Diego era un onnivoro della conoscenza e lei si era innamorata di lui anche per quello, perché sapeva molto più cose di lei e riempiva i suoi vuoti, le sue frivole pigrizie.

– Questo è un autobus, non una macchina. E poi io mi occupo di marketing, non faccio il carrozziere.

Elisa tornò a guardare fuori dal finestrino. Un uomo anziano ed elegante, solo, stringeva tra le mani il suo cappello a bombetta: sull’addome disegnava una sfera perfetta, un piccolo mondo compatto. L’uomo osservava due signore intente in un chiacchiericcio; una era quella col ventaglio improvvisato, l’altra, probabile sua compagna di viaggio, si asciugava la fronte con un grande foulard a fiori. Il signore con il cappello si avvicinò e inchinò leggermente la testa in segno di saluto; la signora con il volantino a ventaglio smise di colpo di agitarlo e gli sorrise, poi dalla borsa estrasse una scatola di caramelle e le offrì all’uomo.

– Hai visto? –, il dito indice di Elisa disegnò un’impronta chiara sul vetro – hai visto? – domandò di nuovo.

– Cosa?

– Lì, quella signora e l’uomo col cappello. Si stanno corteggiando. Si piacciono.

– Certo, a quell’età ti diverti.

– Perché, noi non ci divertiamo? – Elisa continuava a guardare fuori, la punta del suo naso sfiorava il vetro e lasciava un’altra traccia.

– È diverso. Loro non aspettano più niente.

Solo ora che li osservava dal vetro, tutti su quella sponda di montagna, Elisa notò che i passeggeri erano meno di quel che pensava, e che, tolti loro due e il gruppo di ragazzi, erano tutti piuttosto in là con gli anni. Non avrebbe mai detto “anziani” perché anche lei un giorno lo sarebbe diventata e quella parola, “anziana”, le dava un senso di sconfitta e di non ritorno, e ne aveva paura.

– Siamo rimasti soli. Non pensi dovremmo scendere anche noi?

– Inizia a far caldo, e gli unici due alberi raggiungibili in questo lembo di terra sono già stipati.

Diego ripiegò il giornale e lo infilò nello zainetto; estrasse la Settimana Enigmistica e una matita.

– Uno verticale. Ipotesi scientifica. Sei lettere.

– Forse dovremmo avvisare Giulio e Tiziana che potremmo fare tardi.

– Sono le 9.30 del mattino. Vedrai che tra non molto ripartiremo. Faremo in tempo a fare tutto.

– È la prima volta che ci invitano da loro.

– Perché la casa è piccola e non possono ospitarci. Non è carino dire a degli amici “veniteci a trovare però cercatevi un albergo”.

– Questa volta lo hanno fatto, però.

– Cinquantanove orizzontale. Situazione imbarazzante. Cinque lettere.

– Pensi che ci abbiano invitati per via di Graziano, per quello che gli è successo? Ora sono soli e magari pensano che noi…

– Sono passati tanti anni. Ci hanno solo invitati a cena.

– Aveva tre anni, giusto?

– Quasi esatti. È successo il giorno prima del suo terzo compleanno.

– Quindi ora sono … dieci anni.

– Tre anni di un bambino possono essere una vita intera. Per una madre, dico, tre anni di vita…

Diego fissava la pagina da gioco, con la matita tracciava una linea lenta da un punto numerato all’altro; dalla pista cifrata emerse un uomo e il suo sigaro e Diego lo guardò e sorrise sarcastico:

– E tu, chi diavolo sei tu?

I ragazzi giocavano a pallone. Il resto dei passeggeri si stringeva all’ombra dei due alberi disponibili, ridevano. L’uomo con il cappello rimaneva modesto al fianco della donna col dépliant, ora chiuso, ma non parlavano; ogni tanto l’uomo le sventolava leggero il cappello sul viso e lei sorrideva con discrezione e imbarazzo.

L’autista risalì, in affanno, madido di un sudore grasso.

– Dovete scendere, si cambia pullman.

Diego ed Elisa si alzarono. Nel prendere la valigetta nel cruscotto sopra di lei, Elisa vide, disteso sui sedili dietro, un ragazzino che dormiva.

– Oddio, Diego, guarda!

Elisa fu colta dal terrore: un bambino abbandonato o forse si era perso, un bambino che non aveva nessuno e forse non stava dormendo forse era svenuto dalla fame, dalla paura di trovarsi solo. Un bambino, eccolo.

L’autista si fece largo, con una mano divaricò Diego ed Elisa nello stretto spazio di corridoio.

– Noi lo abbiamo trovato…– mormorò Elisa.

– Sveglia dormiglione – l’autista gli stropicciò i capelli –, sveglia!

Il ragazzino aprì gli occhi, li stropicciò con una smorfia:

– Papà siamo arrivati? Ora me lo compri il gelato?

***

– Insomma, alla fine il pullman sostitutivo ci ha portati a destinazione. Siamo arrivati fradici, Elisa quasi sveniva. Ma ora eccoci qua, a raccontare il nostro esodo.

– Esageri sempre – disse Elisa –, ero solo un po’ stanca di un viaggio che invece di durare due ore è durato mezza giornata.

Elisa posò il bicchiere vuoto sul tavolo. Davanti a lei, le mani di Anna e Paolo erano intrecciate, si accarezzavano; Elisa ripensò all’uomo col cappello, a quella sua sfera magica da Romeo.

– Chissà che non vi capiti qualche altra avventura all’albergo. Leggenda narra che il primo proprietario fece dipingere la facciata in due colori diversi per disorientare, si dice, la cattiva sorte: con un colore la intrappola e con l’altro la annulla perché non nuoccia più. Ma poi la più piccola delle sue otto figlie andò a dormire nella parte sbagliata e la cattiva sorte la colse e…

– Noi siamo dalla parte rossa, credo.- disse Diego – che significa, sarà dove la espelle?

– Non lo sa nessuno, con esattezza. Se chiedete in giro, alcuni vi diranno che la cattiva sorte intrappolata è gialla, altri che è rossa.

– Il rosso è il colore del sangue- disse Elisa.

– Comunque sono sciocchezze, leggende. E voi come state, ragazzi, che si dice tra voi nuovi montanari?

Diego addentò un altro pezzo di pane nero. Paolo e Anna sorrisero e si guardarono e arrossirono, tutti e due, un poco.

Elisa voltò lo sguardo alla finestra: le montagne disegnavano un corpo scomposto, come in un sonno nudo; in fondo ogni cosa era lì, pensò, ogni odore e suono, ogni minuscolo vagito, tra l’odore bagnato della terra viva.

– Allora, che c’è? Che succede? – con il gomito Diego toccò il fianco di Elisa – Avete vinto alla lotteria?

E poi Elisa vide gli occhi di Anna tremare in un luccichio primitivo e allora capì, e non poté fare a meno di guardare oltre il tavolo e la tovaglia seminata dalle briciole scure, oltre i vestiti accomodanti e persino oltre la sua pelle; Elisa guardò fino a quando decise, stringendo un sospiro tra i denti che ora basta, doveva smetterla, una volta per tutte, non doveva guardare più ma dire soltanto:

– Auguri. Davvero.

– Dicono che è raro, alla nostra età, ma può succedere- disse Anna -, può succedere a chiunque. Davvero.

Quando Elisa e Diego tornarono all’albergo la comitiva di ragazzi si stava allontanando a bordo di due taxi; il loro chiasso di festa svanì in una scia di polvere di strada sterrata.

In camera, sulla sponda del letto alto e massiccio, di legno scuro, eterno, Diego ed Elisa si svestirono lentamente, senza guardarsi indossarono i rispettivi pigiami e scivolarono sotto la coperta.

– Secondo te da che parte siamo?

Diego spense la luce.

– È solo una leggenda, Elisa, sono cose che si dicono così, tanto per dire.

– E se non fosse una leggenda? E se nelle leggende ci fosse un fondo di verità?

Poi non dissero più niente, entrambi con gli occhi aperti nel buio e con la paura di toccarsi.

IMG_0210Quando Elisa si svegliò non era ancora giorno pieno. Si vestì e lasciò la camera cercando di non fare rumore. Appena fuori dall’albergo percorse una ventina di metri come in una marcia, poi di scatto si voltò: non avrebbe saputo, a guardarla da lì, con quella luce, non avrebbe saputo dire a quale colore appartenesse la loro camera. Cercò di concentrarsi e di rifare mentalmente la strada, di rivivere le immagini del loro arrivo, di calcolare il piano e il percorso che li aveva portati alla loro camera. Ma fu inutile e, pensò, in fondo anche sciocco.

S’incamminò senza avere la minima idea di dove andare. Imboccò un sentiero dove la vegetazione era fitta e di un verde bastardo; gli arbusti più spudorati le segnavano le caviglie spoglie. Diego le aveva suggerito di comprare scarpe e calze consone all’ambiente, perché già che c’erano avrebbero potuto approfittarne per fare un’escursione, ed Elisa non gli aveva dato ascolto. Perché si sarebbe graffiata e fatta male, e avrebbe sentito qualcosa bucarle la carne e lasciarle un segno una cavità nuova, un rivolo di sangue. Camminò per sentire ogni cosa, per respirare da sola.

Riconobbe delle more, le colse e le chiuse in un pugno debole per non strozzarle. Poi il verso di un uccello la spaventò, e sentì il suo corpo diventare pensante nella terra ancora pregna della notte appena trascorsa. Cercò di confortarsi con una filastrocca che le cantava sua madre quand’era bambina, –  falco falchetto… fai… un bel voletto… –  ma i suoi ricordi non andarono oltre qualche parola confusa, e stonata. Chiamò il nome di Diego pur sapendo che non l’avrebbe sentita. Chiamò sua madre. Mamma. Mamma. Poi smise di chiamare e iniziò a correre. Falco falchetto…Si sentiva inseguita da quello strano uccello, sentiva le sue ali sbattere alle sue spalle e sfiorarla, colpirla. Elisa corse più forte; le braccia disarmoniche si liberavano dai rami e cercavano il cielo chiaro, la bocca era aperta in un urlo che non usciva. Poi il terreno sotto i suoi piedi cambiò, divenne piano e secco, e davanti a lei non c’erano più rami ma una spianata su cui si esibivano le montagne cariche di gloria e di vita. E tra lei e le montagne c’era solo un vuoto abbagliante. Riprese a respirare, a guardare. Rovesciata, una sedia di ferro arrugginita giaceva abbandonata. Elisa la sollevò e la portò al bordo ultimo della spianata. Si sedette. Allungò un braccio e aprì il pugno e la vetta le sembrò così vicina da poterla toccare; anche solo un pezzettino, pensò, anche solo un granello un respiro di polvere. Ti prego. Con la mano aperta e rossa di polpa sfatta. Ti prego.

Non lo sentì arrivare.

– Avresti dovuto svegliarmi.

Elisa abbandonò la sedia, gli andò incontro con urgenza e affondò il viso nel suo petto.

– C’è una corriera che parte tra poco.

S’incamminarono. Mano nella mano, le foglie soccombevano sotto i loro piedi. Elisa si fermò e si voltò, e anche Diego si voltò e iniziò a vedere ciò che stava vedendo lei.

– Sarà così per sempre? – domandò Elisa.

– Non lo so. Non lo so.

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Tutte le foto sono opera di Federica Tarini. La parola suggerita è attesa.

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