Dammi la mano

chisono_scrSalvia non vedeva l’ora di andarsene, di uscire dal bar. Perché ogni volta che Irene parla del suo nuovo amore – quello della vita, quello che mi ha fatta rinascere, sai, è difficile da spiegare ma questo è quello giusto, quello definitivo  – Salvia sorride, le risponde e fa pure qualche domanda, per mostrarsi interessata. Ma a Salvia fa male. Un male cane che la invecchia e la inarca. Come se io non avessi bisogno di. Come se non ci fosse, anche per me, il.

Ci ripensa, e invece di tornare a casa a mangiare qualcosa, Salvia decide di andare incontro a Leo, anche se fa molto caldo e i pantaloni lunghi sono una camera a gas attorno alle sue gambe e tra le sue cosce. Ha detto che sarebbe andato all’oratorio con Sara e con Federica a vedere una partita di pallavolo. Certo che se avesse più amici maschi sarebbe meglio, pensa Salvia, imparerebbe a difendersi, a tirare fuori i muscoli; i ragazzi non lo deriderebbero più per via delle sue mani, e le femmine smetterebbero di trattarlo come un fenomeno da baraccone, come un giocattolo. Se avesse un padre, è convinta Salvia, non si permetterebbero di trattarlo così. Magari lei potrebbe organizzare una festa per il suo decimo compleanno, chiamare qualche ragazzo del quartiere.

A Salvia piace questa parte della via Baroni – dal civico 42 dove passa il bus 79 fino all’ex-caserma dei carabinieri di via Gratosoglio –: è la più bella di tutto il quartiere, con gli alberi che con i loro rami fendono la malinconica continuità dei palazzi. Chissà che alberi sono questi, si chiede Salvia, forse betulle? Non conosce altri nomi di piante, Salvia, ma forse suo figlio le sa. Forse lui ha viso le foto e letto i nomi nell’enciclopedia Il mondo della natura che Salvia gli ha regalato a Natale dell’anno scorso. L’enciclopedia è quella che regalarono a Salvia da bambina, quando diceva che sarebbe diventata una veterinaria. Ma questo a Leo non lo ha detto. Ha impacchettato i venti volumi con della carta rosso brillante e ha messo i volumi in un grosso scatolone pieno di polistirolo che un negozio di elettronica del Fiordaliso stava per buttare. Poi gli ha detto solo spero che ti piaccia, lui ha fatto sì con la testa e già dal primo volume Salvia ha visto nei suoi occhi la delusione, e lei ha pensato mi spiace, mi spiace ma non ho potuto fare di meglio. Se a Salvia daranno quel lavoro da cassiera al Fiordaliso, con un contratto in mano potrà finalmente regalare a Leo la connessione ad internet. Perché l’enciclopedia è pesante, immobile, sempre identica a stessa.

Salvia sta per svoltare sulla destra in via Gratosoglio, dove c’è l’entrata dell’oratorio, quando sul marciapiede incontra Gianni e Pinuccio, ciascuno con la sua tavola da skate. Gianni si sta allacciando una scarpa, ma le sue dita grassottelle si confondono tra i lunghi lacci e si perdono nel tentativo d’incrocio.

– Ehi, ciao – dice Salvia.

– Gianni, spostati un po’ e fai passare la gente!

– Non fa niente – dice Salvia; si ferma – Come va, ragazzi?

Salvia non capisce come un bambino della sua età possa fare ancora così fatica ad allacciarsi le scarpe.

– Siamo in gara con Franco e se ‘sto mentecatto si muove forse possiamo anche arrivare primi e vincere.

– A settembre faccio una piccola festa, per il compleanno di Leonardo, perché non venite anche voi?

Gianni ha finito ed entrambi posizionano la tavola pronti a ripartire.

– Oh, beh, manca ancora tanto tempo … – dice Pinuccio – tanto ci si vede in giro, oki?

– Pinù, andiamo dai. Scusa Salvia, eh… scusa ma dobbiamo proprio andare.

E vanno. Ma dopo pochi metri Gianni frena, si volta.

– Salvia – urla – io vengo ma tu mi devi lasciare stare le mani!

Salvia sta per replicare – guarda che io non ho bisogno di, guarda che a noi non ci interessa se -, ma loro sono già lontani con le loro risa forti e spavalde.

Prima di andare al campo, Salvia vuole comprare delle caramelle per Leo. Una manciata di girandole alla liquirizia, una di gommose alla fragola, un’altra di coca-cole frizzanti. La ragazza al bancone afferra sicura e veloce con la mano guantata, scuote un po’ il pugno dalle caramelle penzolanti e incerte tra le dita che ricadono nel contenitore.

Attorno al campo ci sono molti ragazzini e genitori. Salvia è tanto che non entra in oratorio e  non pensava che una partita di pallavolo potesse suscitare tanto interesse. Si appoggia al muro; dal sacchetto tira fuori una girella alla liquirizia, e mentre rosicchia la coda (o la testa?), con lo sguardo cerca Leo tra la folla ma non lo trova. Leo?, Leo?  Poi lo vede. Eccolo, seduto su quel muretto, tra Federica e Sara che spettegolano civettuole qualche segreto da cartone animato; Leo invece è serio, come sempre.  Dai, pensa Salvia, dai Leo ridi un po’ anche tu con loro, forza. E all’improvviso Leo alza la testa di scatto e guarda sua madre: abbozza un sorriso. Le labbra di Salvia si muovono piano e dicono ciao, e il dito le accompagna, ci vediamo dopo.

Dal sacchetto Salvia prende un’altra girella e guarda le ragazze in campo. Salvia sa che le ragazze con la divisa verde sono del Gratosoglio perché ne riconosce un paio, di vista; quelle in viola invece non sa chi siano. Sul cartellone dove il punteggio è aggiornato manualmente, da una parte c’è scritto  “Gratosoglio” e dall’altra “Ospiti”. Le ragazze in viola saltano, alzano le braccia al cielo, urlano olé.

Salvia si chiede come facciano le ragazze a non aver paura a tuffarsi sul cemento, perché le ginocchiere possono proteggerti dal raschiamento solo fino ad un certo punto. Una ragazza del Gratosoglio si tuffa, striscia e distende il braccio: la palla è persa; il suo polpaccio ha lasciato sul suolo parti di pelle: la ragazza soffia sulla ferita e va a bordo campo ad annientare il male con un getto d’acqua ossigenata. Poi torna di corsa al suo posto.

È un po’ pentita, Salvia, di non aver mai praticato nessuno sport da giovane – ha fatto al massimo qualche salto dell’elastico, lì alla Rotonda, mentre gli altri ballavano -; perché ora la cellulite le scava impietosamente le ginocchia e i pantaloni lunghi, anche d’estate, sono il suo unico rimedio. Salvia sente il sudore bagnarle acido l’interno coscia. Brucia, pensa. Un’altra girella è finita. Salvia mette la mano dentro il sacchetto di carta: con le dita cerca e trova lo zucchero che ricopre la piccola gommosità a forma di bottiglia; poi basta, poi le altre sono di Leo.

La partita termina, con urla di esaltazione, con facce tristi e sguardi al cielo. Le ragazze di entrambe le squadre, in fila indiana, da una parte e dall’altra, camminano in direzione opposta: sotto la rete le mani vincenti e le mani perdenti s’incontrano, palmo contro palmo, e fanno catena.

Salvia vede Leo venirle in contro. Le sorride. Cammina come suo padre, pensa Salvia, le braccia a penzoloni e il passo pesante; solo le spalle sono diverse: Leo ha le spalle un po’ curve, mentre suo padre camminava con la schiena ben dritta e col petto marcatamente in fuori, come in affronto.

– Mamma hai finito di lavorare?

– Sì, per oggi ho finito. Andiamo a casa?, hai fame?

– Va bene, ma ho mangiato un gelato magari più tardi mi viene più fame.

Fuori dall’oratorio Salvia guada se Pinuccio e Gianni sono ancora in giro.

– Allora vuoi andare a casa, sicuro?

– Sìsì.

Camminano.

– Beato te che ti basta un gelato, tua madre ha sempre fame!

– Perché devi crescere, mamma.

Ridono. Leo ride pieno, allargando la bocca a O e piegando indietro la testa. A Salvia piace quando Leo fa lo spiritoso con lei: suo padre non era così, e magari questo è un buon segno.

– Chi erano le altre, quelle che hanno vinto?

– Era la squadra di Rozzano.

– Ti dispiace che abbiamo perso?

– Noi non abbiamo mica perso, mamma, hanno perso loro, quelle in verde del Gratosoglio.

– Dammi la mano.

Leo si scosta un poco, guarda la madre sorpreso, imbarazzato.

– Ma… io sono grande!

– E che c’entra, scusa, che vuol dire? Anche i grandi si danno la mano, e poi io sono tua madre.

– Ma mamma io…e va bene – dice, ma si vede che Leo è contento, che anche lui vuole.

– Mamma?

– Dimmi.

– Mi rispieghi come mai io sono nato così, senza i mignoli?

– Perché è l’evoluzione, tesoro. L’essere umano si evolve e tu sei stato il più veloce. Tutti lo facciamo, anche gli animali. E siccome i mignoli con la vita che facciamo noi nel mondo moderno, di oggi, praticamente non li usiamo più, beh, allora perché averli se non servono? Prima o poi il genere umano perderà i mignoli per via del disuso. E tu lo hai già fatto, tu ti sei già evoluto.

Leo fa sì con la testa, si mordicchia un angolo delle labbra.

– Comunque avevo capito anche prima, volevo solo che mi ripetevi questa storia.

– Non è una storia, è scienza.

– Ma tu sai come si chiama?

– Cosa?

– Questa scienza, come si chiama? È una teoria o una formula?, perché a scuola noi studiamo le teorie…le formule…le leggi scientifiche… e hanno sempre un nome. Hai capito adesso?

Salvia esita, sente lo sguardo interrogativo e di attesa di Leo.

– È la legge dell’evoluzione.

– Va bene, mamma, ma io dico il nome della scienza che ti fa nascere con quattro dita per mano invece di cinque…

– Aspetta un attimo qua – dice Salvia.

L’edicola è aperta e Salvia ha bisogno di prendere tempo. Compra due biglietti per Rozzano. Magari il colloquio è andato bene e la richiameranno.

– Si chiama ditazione.

– Mhm… Non l’ho ancora studiata a scuola.

– Magari alle medie la studierai.

– Dici?

– Forse. O magari no, perché sai queste sono scienze veramente particolari che sono studiate solo da pochi luminari.

Arrivano al portone di casa.

– Chi sono i luminari?

– Sono gli scienziati più bravi al mondo. E sono rari.

– Rari come me.

Salvia non sa come replicare e gli stringe la mano forte:

– Siamo arrivati – dice.

– Mamma – dice Leo in ascensore – lo sai che a casa di Federica l’acqua non va ancora. Dice che esce marcia e puzza.

– Lo so. Molti in via Baroni non hanno l’acqua da settimane. Per fortuna che da noi è tutto a posto.

– Sì, per fortuna.

La chiave gira rumorosa nella toppa.

– Noi siamo fortunati, vero mamma?

– Fortunatissimi – risponde, e il suo cuore si contrae doloroso e smarrisce un battito.

Leo è andato subito ad accendere il computer. Salvia si spoglia dai pantaloni, finalmente; indossa l’abitino estivo, quello da casa. Salvia sente il computer di Leonardo raschiare l’avvio. Va da lui:

– Per il tuo compleanno ti piacerebbe se ti regalo internet?

– Veramente, mamma?

Gli occhi grandi di Leo brillano e lui fatica a trattenersi sulla sedia.

– Veramente ce la facciamo a comprarlo?

– Sì, beh… io credo che quel lavoro alla tua mamma lo daranno, sai. Credo di aver fatto una bella impressione.

– Sì, mamma, lo credo anch’io!

– Ah sì, lo credi anche tu? –  e gli fa il solletico.

Ridono. Per fortuna, è già qualcosa, pensa lei.

– Ma gli hai parlato anche di me?

– Certo che gli ho parlato di te.

Salvia trascina una sedia vicino a lui, si siede, gli accarezza i capelli neri e spessi.

– Anche delle mie mani?

– Gli ho parlato di te, e basta. Gli ho detto che ho un figlio bravissimo e coraggiosissimo.

– Allora mamma adesso ti insegno a scrivere sul pc così quando avremo internet potrai mandare le email.

– E io a chi le dovrei mandare le email?

– Magari conosci qualcuno…oppure le mandi a me, tanto io sono sempre qui.

Il computer gracchia ancora e sul monitor compare una pagina che a Salvia pare sin troppo bianca, accecante.

– Pensa mamma, pensa a una cosa qualsiasi da scrivere.

– Non so…

– Eddai, mamma!

– Va bene va bene, ma ora calmati. Allora… facciamo che scrivo… ciao.

– Solo ciao?

– Perché, non va bene? È per cominciare…

Le lettere sulla tastiera sono consumate. Salvia ha comprato quel computer a cento euro su Secondamano; era convinta che Leo quelle lettere fantasma le avrebbe trovate e che sopra i tasti neri avrebbe attaccato degli adesivi con le letterine disegnate da lui. Invece no, non lo ha fatto, le ha lasciate fantasma.

– La I è questa, questa qui.

Salvia schiaccia pesante l’indice sulla tastiera, e ad ogni tasto schiacciato solleva la testa e guarda l’asticella pulsare in attesa della prossima lettera.

– La O è qui. Schiaccia qui.

– Così va bene?

– Sì però devi pensare a qualcosa di più lungo!

– Ma no…

Salvia sente che non è il caso, e si alza. Tanto io non è che. Cioè è inutile perché alla fine io non.
Leo la prende per il braccio e la tira giù, sulla sedia.

– Ma sì, mamma, sì, dai…

– E va bene – ma Salvia si sente esausta. Leo io sono esausta, pensa, lo capisci?,- allora scriviamo questo: mio figlio Leo è un ometto bello e intelligente più di sua madre e di tutti al mondo messi insieme.

– Accipicchia mamma questa è lunga!

Salvia schiaccia dove Leo le fa segno. Qui, e poi qui, così fai lo spazio tra una parola e l’altra, la maiuscola è così, è un po’ difficile ma poi ti ci abitui.
Salvia inizia a capire, anche se gli occhi ogni tanto le si appannano, bruciano, e le lettere sullo schermo si mischiano.

– Mamma?

– Dimmi.

– Hai presente tutti quei regali che io ogni anno metto via per la festa del papà?

– Sì.

Salvia si sforza di far uscire un secco, senza tremori.

– Stavo pensando… magari possiamo anche buttarli o darli via…

Il cuore le batte sordo, severo.

– Ma perché, amore? … guarda che…

– Non servono, mamma, perché la guerra del Vietnam è finita tanti tanti anni fa e papà non può essere ancora lì come mi hai detto tu. Non può essere, vero mamma?

Salvia si avvinghia alle spalle di Leo, stringe forte.

– Ma tu non ti devi preoccupare, mamma, perchè io sono già evoluto e ti proteggo io.

[Racconto tratto dalla raccolta Se non torno non mi cercare, Opera Segnalata al Premio Italo Calvino XXIV ed.]

Qui è possibile scaricarlo in formato .pdf

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