Spunti critici: Cent’anni di solitudine, di Natalia Ginzburg

Albero genealogico della famiglia Buendia

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Tempo fa un giornale mi ha chiesto di rispondere alla domanda se credevo che il romanzo fosse in crisi, ma non ho risposto, perchè le parole “crisi del romanzo” le trovo odiosissime, evocando in me il loro suono unicamente romanzi brutti, e già morti e stramorti, il cui destino mi era indifferente. Credo di aver pensato che non aveva senso ragionare tanto sul romanzo, e meglio era forse tentare di scrivere dei romanzi per seppellirli magari in qualche cassetto nel caso che non fossero vivi, se siamo o siamo stati dei romanzieri. Poi ho letto Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez, colombiano che vive in Spagna. (Il suo editore in Italia è Feltrinelli). Da tempo non leggevo nulla che mi colpisse tanto profondamente. Se è vero come dicono che il romanzo è morto, o si prepara a morire, salutiamo allora gli ultimi romanzi che sono venuti a rallegrare la terra.

Di Cent’anni di solitudine, si è scritto e parlato molto, in Italia e fuori, ma io lo amo tanto che ho paura che non se ne parli abbastanza, che la gente lo legga poco e che venga confuso fra i mille romanzi nuovi che escono e che ci affollano da ogni parte. Il fatto che escano sempre tanti romanzi nuovi, non prova per nulla che il romanzo sia vivo. Se vi fosse ragione di pensare che la specie dei conigli sta per estinguersi, per lunghi anni vedremo ancora forme pallide e stanche di conigli, le quali continuerebbero a congiungersi, a inseguirsi nei prati e a popolare la terra. I segni di una prossima morte della specie noi potremmo scorgerli in particolari minimi, un pallore o un vago languore nell’aspetto dei nuovi nati, una nostra diffidenza e malinconia nel guardare le loro evoluzioni sull’erba. Il vedere in alcune di queste forme la felicità e il desiderio di vivere sarebbe per noi doloros, non destando in noi né desiderio di vivere né felicità, ma solo un amaro assentimento e un amaro addio. La stessa cosa avrei pensato dovesse accaderci riguardo al romanzo. La scoperta possibile di un romanzo vivo, non provando per nulla che la specie sia viva, pensavo dovesse essere oggi per noi dolorosa, perchè unita a pensieri di compianto su quanto dicono che stia per sparire,

Ma, quando pensavo così, forse non ricordavo più cosa fosse un romanzo vivo. Non ricordavo quanta vita porta in noi e come può di colpo, con la sua viva presenza, travolgere insieme le nostre vesti di lutto e la nostra intima lugubre indifferenza.

Natalia Ginzurg, estratto da “Cent’anni di solitudine” [aprile 1969], in Mai devi domandarmi [1970], (Einaudi, 1989)

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