Maybe [racconto QUASI su misura]

Ritrovare_quello_sguardoHo paura di lavorare e lei lo sa e lei ride, sempre. Perché io ho paura e ho quella fame che ti rode e ti sgretola lenta, ogni giorno un pezzettino un granello un frammento d’unghia un capello un millimetro di pelle. E mi sveglio la notte in un urlo fradicio, freddo come quel niente alto come un muro grigio come una lapide sfitta, e io davanti e io sotto, che vorrei parlare e muovermi e fare qualcosa ma non ci riesco, e sento solo un ronzio che rimbomba. zzzzzzz, e non smette mai, a volte, quando inizia, è per tutto il giorno. Il mio respiro fa zzzzzzz, e non smette.

Ma c’è un prima in ogni cosa anche nella più primordiale e io prima ero un uomo, non avevo paura. Ero giovane ero bello ero neolaureato e neoassunto e avevo le rate della macchina da pagare e l’affitto tutto mio, contento. Avevo Gianna la domenica mattina sul cuscino, i suoi baci soffici e bagnati come la prima neve che me l’aveva fatta conoscere, quella mattina alla fermata della 90 dov’era scivolata e io l’avevo aiutata e intanto la 90 si allontanava senza di noi e io già l’amavo, felice. Avevo il sugo pronto al ragù e i sofficini, avevo il calcio in tv o una commedia o la vita degli altri in diretta e andava bene così, banale. Nel mio prima non leggevo i giornali non sapevo cos’era lo spread il btp e i bund i ftsemib i ftseitallshare e midcap e allcapped. Contento, col mio sogno del cedolino da ritirare ogni fine mese e mettere nella cartelletta di plastica e la cartelletta di plastica nel faldone ad anelli. Contento, ero come tutti e non avevo paura di lavorare e non sapevo la fame, il respiro che fa zzzzzzz.

Piedi piccoli in scarpe nere e vecchie, lei, i tacchi storti sulle gambe strozzate e grasse; tac tac tac, quel rumore di lei tra tutto quel frusciare di carrelli di ceci e di piselli e di fagioli e di lenticchie. Il rumore del lavoro e io ancora respiravo profondo e pensavo allo stipendio a fine mese e alle rate della macchina e a Gianna che l’avrei portata al mare, coi suoi baci di neve, e in macchina insieme a Janis Joplin avremmo cantato maybe, maybe, maybe, maybe, maybe dear I guess I might have done something wrong, honey i’d be glad to admit it oh, come back home to me!

Pensavo così, che all’inizio mi trovavo bene con i colleghi e tutto il resto, e il lavoro non andava bene ma sarebbe andato meglio, contento. Non avevo paura di lavorare e lei non rideva. Andavo al super e compravo tutto, soprattutto le merendine del Mulino Bianco, che quando ero piccolo a casa mia non ce le si poteva permettere, eravamo anche noi una famiglia italiana italianissima con un padre e una madre e quattro figli tutti maschi, insomma eravamo tutti in regola, tranne il sorriso a rallentatore e la luce calda da camino e tutti che si vogliono bene. Diverso, nel senso che ci volevamo bene anche noi ma il colore era diverso. Mio padre muratore con le mani tagliate e dure e il respiro congelato, mia madre col mestolo ci pestava prima sulla sedia a mangiare e poi giù a lavarsi. Contenti, in quattro dividevamo una brioche rafferma alle sette di sera quando Cosimo del bar la stava per buttare. Rafferma nella bocca soffocava la lingua, intasava la gola che non ti bastava la saliva e ci voleva l’acqua, allora io e i miei fratelli di corsa al lavandino, e mandagiù cretino mandagiù in fretta sennò muori, e allora andava giù tutto e d’improvviso non c’era più niente solo la delusione che fosse tutto finito, così in fretta così senza aver sentito il sapore, finito.

La sala era grande, le macchine rumorose e i carrelli scorrevano che sembrava di stare in aeroporto in partenza per chissà dove, le Hawaii i Caraibi il Giappone, per dove volevi tu, e invece eri in uno scantinato, quasi una magia uno scherzo strano. Un carrello per i ceci, uno per piselli, uno per i fagioli, uno per le lenticchie, e sopra i ceci i piselli i fagioli le lenticchie c’eravamo noi quattro a controllare. I ceci dalla Grecia, i piselli dalla Spagna, i fagioli dalla Romania, le lenticchie dal Bangladesh. Il mondo tra le mani. E io, Raoul, Cho e Sasha a togliere ciò che non avrebbe dovuto esserci e che c’era sempre: viti, pezzi di plastica, insetti, pezzi di copertone, cavi elettrici. Cestino tra le game schiena curva occhi attenti, fa balà l’oeucc. Ogni sacco due giri di carrello, guardare raccogliere cestinare guardare raccogliere cestinare, e poi via, il prossimo sacco. Chi arrivava prima si prendeva il carrello migliore, che era quello dei ceci, perché sono chiari come piccoli soli come lune bambine e tutto il resto si vede, facile. Il carrello peggiore era quello delle lenticchie, piccole e scure come zecche imbrogliate, le lenticchie sul carrello erano una distesa secca, un deserto di piccoli tumori.
Il margine era minimo quattro pezzi di altro materiale per sacco. Se non trovavamo altro materiale il sacco incriminato era nostro e il prezzo al dettaglio sarebbe stato decurtato dalla paga del mese. Qui c’è il mondo in un unico rifiuto, diceva lei, e voi siete pagati per trovarlo.

Si iniziava alle otto puntuali, pagati per essere puntuali. La porta del suo ufficio aperta e lei seduta, immobile alla sua scrivania non parlava al telefono non scriveva al computer non leggeva il giornale, guardava. Noi quattro come in processione, testa china spalle curve aria affranta colpevoli di questo e di quello, passavamo davanti al suo ufficio per andare al piano di sotto dove stavano le macchine. Sei in ritardo, con una voce tirata come un cavo un cappio una lametta da barba. Sei in ritardo moltiplicato per quattro che eravamo noi, colpevoli.

E ogni ora sentivamo i suoi tacci storti per le scale, e lei che entrava e passava sulle nostre teste chine come un avvoltoio e ci bacchettava con una penna sulla spalla: questa volta vedi di fare un buon lavoro, e lo diceva sempre e lo diceva a tutti, anche se ogni giorno riempivi cinque cestini di altro materiale. Questa volta vedi di fare un buon lavoro, che tu un po’ di sentivi in colpa e iniziavi a pensare a quando era stata quella volta che non avevi fatto un buon lavoro, quando quando quando, e finivi per vederla, quella volta, anche se non c’era.

Alla fine del primo mese di lavoro il mio stipendio era di centoventidue euro e venticinque centesimi netti, e quattro sacchi di lenticchie.
La domenica mattina Gianna non mi baciava più. L’acqua in pentola e le lenticchie dentro, e lei al pc a cercare ricette. Un sito prometteva 1.000 ricette a base di lenticchie e lei scoppiò a piangere. È questo che avremo?, mi chiese, ma non me lo chiese davvero, era già un’affermazione.
Il mio nome è Federico ma lei al secondo mese di lavoro mi chiamava Felix, e mi chiamava per ogni cosa. Felix portami il caffè, Felix cosa diamine hai combinato, Felix è finita la carta igienica. Io portavo il caffè e io andavo a comprare la carta igienica, e io qualcosa avrei combinato. Poi un giorno non so come, mentre tornavo dal supermercato con venti rotoli di cartaigenica in un sacchetto parzialmente rotto e salivo le scale, un rotolo è scivolato fuori dal sacchetto e io l’ho guardato rotolare all’indietro inesorabilmente, e in quel preciso istante, mentre il rotolo rimbalzava contro il marmo dei gradini, ho iniziato a pensare ecco, oggi mi licenzia, oggi è finita, e ho sentito il mio respiro smettere di respirare, ho sentito il cuore come soffocato dalle lenticchie dalle zecche imbrogliate. Oggi mi licenzia. Ma poi il giorno dopo ero lì, non licenziato, e quasi la ringraziavo, e quasi ero di nuovo contento.

Come quella che dicono, quella cosa di quando uno sta per morire di una malattia lenta, una di quelle malattie che ti spengono una cellula alla volta, e allora si prova una specie di euforia pre-morte, cioè che per una manciata di secondi ti senti forte e ti senti un leone, contento, senti che stai bene finalmente e sorridi a tutti e dici io rimango, cazzo, io rimango qui. Ma poi è vero solo che stai per morire. L’ho provata l’euforia quella mattina che con il dito ho puntato l’orologio a parete e ho detto, sono solo le 7.45. Deciso sicuro di me, onesto. Poi lei si è alzata dalla sua sedia con le sue gambe strozzate sui tacchi, con i suoi tacchi storti tac tac tac, e la sua mano nodosa ha chiuso la porta in un botto sulla mia faccia. Non una parola, niente, solo la mia faccia schiacciata dall’aria, morto.

E infatti da quel giorno il carello delle lenticchie era talmente mio che ci aveva fatto attaccare un cartello con scritto Felix, e i miei colleghi erano sollevati e forse anche contenenti, non so. Di certo nessuno di loro si è mai offerto di darmi il cambio, neanche per mezzo turno, e quasi non mi guardavano per non immischiarsi, certo, perché di lavoro ce n’è poco e bisogna tenerselo stretto e portare la pagnotta a casa per il muto da pagare e i figli e la famiglia tutta e non fa niente se il lavoro troppo stretto ti uccide e ti fa sentire la fame e il respiro che fa zzzzzzz, la mattina dopo fai finta di niente, ti alzi e basta.

Che poi lì eravamo tutti casi umani, chi con una disgrazia chi con un’altra, tutti intrappolati ciascuno nella propria miseria e sembrava quasi che fossimo stati messi insieme apposta, perché guardare la pena degli altri ti fa dimenticare la tua e smetti di lamentarti, e ti senti fortunato anche quando non lo sei. Io avevo solo Gianna e neppure tutta solo il fine settimana, Gianna che ora non c’è più. Fortunato, mi dicevano i miei colleghi, fortunato te che non ti sei sposato la banca.

I miei colleghi erano bravi erano professionali, trovavano sempre tanto altro materiale e il loro respiro non faceva zzzzzzz. Io, Felix gatto cieco, al centro della stanza e tutti fermi a guardarmi, e lei mi chiedeva allora quanto altro materiale hai trovato, niente non ho trovato niente. Non ha trovato niente, e mi mostrava ai colleghi come un animale una bestia da circo, non ha trovato niente. Felix gatto cieco.
Ho iniziato a pensare che lei avesse ragione, e ho fatto sette visite oculistiche da sette ottici diversi e una pure in ospedale e tutti mi hanno detto che ci vedo benissimo che sono abile al lavoro. Felix è abile al lavoro, le ho detto un giorno, e lei ha riso senza guardarmi. Felix gatto cieco.

Arcigna, arrabbiata con il mondo e io non so come ma ho iniziato ad aver paura di quel suo mondo deformato. La sera tornavo a casa e la sua voce strideva nelle mie orecchie e il mio respiro faceva zzzzzzz, e la domenica mattina mi svegliavo e lo stridio usciva dalla mia bocca al posto dei baci e Gianna lo sentiva anche lei e le facevo male ogni volta con le mie parole intossicate.

Dopo la domenica il lunedì, ancora. Ogni ora sentivo i suoi passi suoi tacchi storti mentre scendeva le scale ed entrava nella nostra stanza con le narici gonfie d’aria arrabbiata e i pugni pronti, entrava per me e io lo sapevo e lei rideva. Lavoravo più forte e veloce, stringevo gli occhi li facevo piccoli come le mie lenticchie e pregavo, Dio fammi scomparire, e sudavo, Dio fai che non mi veda, ma Dio era perso tra le lenticchie, imbrogliato più delle zecche.

Poi è arrivato il giorno dell’incidente. Inciampando su uno dei sacchi mi sono rotto la gamba e un braccio, e una leggera commozione. Tre mesi di prognosi e poi riabilitazione, e la mia gamba sarebbe rimasta invalida per sempre. Il giorno che mi hanno dimesso Gianna mi è venuta a prendere in ospedale e mi ha riaccompagnato a casa e mi detto, ma guarda come ti sei ridotto. Era triste e non era più mia. Anche solo per pena avrei voluto tenerla a me e ho fatto il mio sguardo più sofferente, ma non è bastato, forse non l’ho fatto bene abbastanza. Perché Gianna ha posato sul pavimento il mio borsone delle cose sporche d’ospedale, le mutande e i calzini e le canottiere da lavare senza la lavatrice, e ha sollevato la sua borsa già pronta chissà da quanto, e via lei con la sua borsa, e via i suoi baci di neve, andati.

Il mese scorso la signora del centro per l’impiego sezione disabili della legge sessantotto barra Ritrovare_quello_sguardo_02millenovecentonovantanove, articolo otto, mi ha mandato a fare una prova. Un buon posto, mi ha detto, un lavoro tranquillo per lei e per il suo respiro. La mattina della prova ho indossato la cravatta e messo due gocce di Bang di Marc Jacobs che mi aveva regalato Gianna il giorno della laurea.
L’ufficio era luminoso e le scrivanie erano tutte occupate e c’era persino la musica. Bello, ho pensato. Una signorina mi ha fatto accomodare al pc, questi sono i dati da inserire si prenda pure il tempo che le serve. Bello molto bello, ho pensato, ed ero quasi contento. Ho chinato la testa sul foglio e ho visto le parole e i numeri da inserire al pc. E le parole e i numeri in un attimo si sono trasformati in una distesa secca, in un deserto pieno di zecche, e lei rideva. Davanti a me era tutto bianco come l’inferno freddo degli storpi e tutto aveva paura anche le cose inanimate, i lampadari le sedie le scrivanie, era un terremoto dove nessuno urlava nessuno scappava, solo il mio respiro moriva, faceva zzzzzzz.

Ogni giorno prendo la 90 e vado da Cosimo del bar. Ha uno schermo sessantacinque pollici e i canali satellitari e c’è n’è uno dove trasmettono solo immagini del mare. Vado lì la mattina presto quando ancora le partite di calcio non sono cominciate e nel bar entrano solo a fare colazione, un caffè e via prima di andare a lavorare, via, andati, nelle loro giacche e soprabiti e tacchi storti. Mi siedo al tavolino nell’angolo e non c’è bisogno che consumi perché Cosimo del bar mi conosce e sa che non faccio niente di male. Sa che sto lì e basta, a guardare le onde del mare di tutto il mondo e il mio respiro non fa zzzzzzz, guardo il mare e la sua forza che bagna la sabbia che non ha paura, e vedo Gianna e sento i suoi baci di neve, dolci.

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Il suggeritore è Federico Petrescu, con la parola fame. Tutte le foto vengono da qui, e appartengono, presumibilmente, a Luigi Bua e all’Ospedale Psichiatrico di Rizzeddu.

Clicca qui per scaricare il racconto Maybe in formato .pdf

E qui per sapere cosa sono i racconti quasi su misura.

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