Scrivere con ostinazione

Qualche giono fa ho terminato al scrittura di un racconto (il 5/12/2015 è stato pubblicato su Nazione Indiana). Sì, ho preso una pausarag dalla scrittura del mio romanzo in corso d’opera (qui tutti gli spunti; qui le pagine del diario incompleto), che mi sta generando non poche frustrazioni. Non so se il racconto che ho scritto sia buono oppure no, ma so per certo che tornare alla forma del racconto è stato molto, molto bello.  È la mia forma. O meglio, la forma di scrittura che ho esercitato più a lungo. Conosco bene i miei meccanismi, i miei piccoli trucchi, i miei punti deboli e quelli forti. Quando scrivo un racconto, alla prima stesura segue subito una seconda, e poi la terza nel giro di qualche giorno, e la quarta dopo una settimana o dieci giorni e poi una serie lunga ma molto rapida di rifiniture, piccoli aggiustamenti. In poco tempo la scrittura del racconto lascia il posto alla riscrittura, cioè raffino parole e pensieri, e questa è la parte che mi piace più di tutte. Quando scrivo un racconto ormai lo faccio abbastanza rapidamente (l’idea però no, quella magari l’ho avuto in testa per settimane e a volte mesi). La scrittura è fluida, il processo collaudato in, appunto, anni di esercizio.

Con il romanzo invece tutto è lungo, lento. Soprattutto perché il romanzo che sto scrivendo adesso è intriso nella Storia, una Storia compiutasi quando io non ero ancora nata. Sono piena di materiale di ricerca: foto, articoli di giornale, appunti, video. Forse il materiale accumulato è troppo e non mi lascia immaginare come vorrei. E faccio fatica, una fatica tremenda. Questo romanzo in corso d’opera è un grosso puzzle; ora sto scrivendo la terza stesura, e sto ancora mettendo insieme la cornice. La fase di riscrittura, quella che mi piace di più, è ancora lontana. Ci sono giorni che vorrei aver scelto di scrivere una storia diversa, giorni in cui vorrei abbandonare questo progetto per, magari, dedicarmi ad un romanzo completamente diverso e, soprattutto, che non abbia bisogno di una così grande ricerca alle sue spalle. Ci sono giorni che questo romanzo in corso d’opera non lo vorrei più. Allora ci penso, ci rimugino. Lo mollo, mi dico, nessuno mi obbliga. Io ti mollo. Via. Cambiamo. Allora ci giro intorno, un po’ indispettita, incarognita. Guardo lo scaffale dove tengo i quaderni degli appunti e quelli di scrittura, le cartellette con le foto, la lista di libri da leggere, le cartine di una Milano che non c’è più. Nessuno mi obbliga, mi ripeto. Ma poi va sempre a finire che non ce la faccio: tiro giù dallo scaffale tutto quanto e riprendo a lavorare.

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