Facciamo un gioco (parte II)

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 [continua da qui: Facciamo un gioco, parte I]

24. Che detersivo uso per il bucato in lavatrice? e per quello a mano?

25. Che libro sto leggendo?

26. Quanti televisori ho in casa?
tre stanze tre televisori, la loro accensione era un monito, come se il nostro tempo non dovesse lasciare il posto ad altro, come se quest’altro dovesse essere bloccato prima che straripasse. Davanti allo schermo il tuo viso ubriaco flicherava e ridevi dimentica di quei troppi denti perduti per povertà e miseria e botte. Quante? E un gesto della mano scacciava la mia domanda, Ora lasciami guardare questo film questo programma questa pubblicità che sarà vera certamente, lo dice la tv., e nei tuoi occhi si rifletteva la luce di un sole che si alzava, di una ballerina grembiulata che sorrideva.

27. Come si chiama mia suocera?

28. Di che colore sono le tende della mia cucina?

29. Che taglia di pantaloni porto? Continua a leggere

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Facciamo un gioco (parte I)

chisono_scr1) Che numero di scarpe porto?

2) Di che colore è la cucina di casa mia?

3) In cosa mi sono laureata, e dove?
il giorno della cerimonia era umido e tu non lo sapevi, del resto come avresti potuto.

4) Perchè non mangio carne?

5) Come si chiama mio marito? E qual è il mio cognome da sposata?
Alberto era il fratello del delinquente che dici di aver amato, ed è morto d’alcol. Al cimitero Maggiore un giorno ho chiesto di lui e l’impiegato mi ha guardata con gli occhi compassionevoli di chi sa qualcosa d’infelice che ti riguarda e che tu non sai: “non risulta nessuno con questo nome, né qui né altrove”.

6) Come festeggiai il giorno del mio diciottesimo compleanno, e con chi?

7) Qual è il morbo che trascino aggrappato alla mia gamba?

8) La gamba destra o la sinistra?

9) Cosa mi piace mangiare la mattina a colazione?
quelle cervella in un piatto freddo e sporco di sabbia di mare sono la cosa più disgustosa che io abbia mai mangiato. Continua a leggere

Ninna nanna

Era sabato pomeriggio dopo la scuola. C’era la pasta in bianco che la mamma mi avevo lasciatoScatto_1980 sul tavolo nudo della cucina facendo attenzione ad andarsene in fretta; nei suoi movimenti assenti lei mi diceva, io già conosco la fine della storia. C’era una michetta secca e una mela gialla, e c’era il suono di una sirena.
Ho impugnato la forchetta. Quel sabato pomeriggio dopo la scuola ho mangiato solo due bocconi inquieti. Nello zaino gettato a terra c’era il compito in classe di matematica, e la voce del professore che diceva, la tua di non riuscire è solo ostinazione. C’ero io che ho pensato che i conti di una vita non tornano mai, e ti ho aspettato. [continua a leggerlo su Nazione Indiana] Continua a leggere