[Nei miei fianchi #12]

Scrivere è costruire con la materia verbale, è modellare. Più che un lavoro, quindi, scrivere è un mestiere (va bene, su questo punto possiamo dissentire ed essere amici lo stesso). Il mestiere più bello, il più dannato.

A proposito di modellare, e di lavoro. A vent’anni mi trovai a lavorare come modella di posa, un lavoro che feci per qualche anno e che lasciai a malincuore, e di fretta e nella confusione. Certe vite vanno così, a volte.

Comunque.
Stavo dicendo, in quel periodo facevo due lavori contemporaneamente e nei ritagli di tempo muovevo i primi passi nel mestiere della scrittura (di quei primi racconti non ricordo nulla a parte il fatto che li cestinavo tutti). Tre giorni alla settimana, al mattino, posavo; il pomeriggio, in ufficio, le ore non lavorate al mattino tra pratiche di leasing le recuperavo la sera o la mattina dopo se non posavo. Il mio capoufficio era un uomo con i capelli ricci e biondi e fumava con noi sulle scale; si fidava che avrei portato a termine il mio lavoro e non si è mai lamentato.

Del mio passato da modella di posa non parlo quasi mai, non qua in Italia. Questa è la prima volta che lo scrivo. Due o tre anni anno fa l’ho raccontato in occasione di un’intervista rilasciata per una rivista letteraria americana e l’ho fatto senza difficoltà. Mi è venuto naturale non nascondermi. Curioso, ma neppure troppo.

La paga oraria, come modella, era ottima. E sì, certo, era bello passare le mattine tra i dipinti, camminare a ridosso dell’arte in procinto di essere spedita in Europa e negli Stati Uniti; e sì, certo, il soffitto affrescato era incantevole e l’odore di colori ancora freschi era forte e da far innamorare. Tutto bello, sì, certo.

Eppure, per me, è stato il lavoro più bello che io abbia mai fatto perché non c’è stata una singola volta in cui io, posando, non mi sia sentita a mio agio con ogni cosa di me. Il mio corpo esposto era vulnerabile e allo stesso tempo intoccabile, protetto da un mantello invisibile. Non dovevo dimostrare niente, non dovevo lottare, non dovevo difendermi; mi sentivo forte nonostante tutto. A riposo e forte: il mio superpotere di quelle mattine.

Riesco a guardarmi solo nei tuoi dipinti e nelle tue sculture, gli dissi un giorno, e allora lui, che era un professionista silenzioso mentre lavorava e un uomo gentile sempre, mi portò davanti a un lungo specchio e mi raccontò cosa vedeva lui nelle mie spalle, nel mio viso, nei miei seni, nei miei fianchi.

Ma oggi, di quelle sue parole io non ne ricordo neppure una. Perchè le ho perdute e dove sono andate a finire? Però so – da qualche parte nella mia testa conservo questa scia di un ricordo smarrito –  so che mentre lui raccontava io sorridevo alla sua visione. E questo può bastare.

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