5. Le presentazioni

La mia editor mi aveva detto: vedrai che andrà meglio. Si riferiva alle presentazioni, o meglio, alla mia sensazione di essere stata, nel corso del prima presentazione di Senzanome troppo tecnica, farraginosa. Ammesso e non concesso che sia stato questo l’esito finale oggettivo di quella prima presentazione, la mia editor aveva ragione: va sempre meglio. Sono sempre più a mio agio con il materiale trattato (con la sua messa a fuoco) e le parole non mi mancano, e vedo con i miei occhi, davanti a me, l’interesse delle persone.

Nel corso di queste settimane, parlando con le persone interessate a Senzanome, ho capito due cose.

La prima: le aspettative. Gli amici di chi ha scritto sono interessati a scoprire le abitutidini di lavoro (“scrivi di notte?”), la metodologia (“penna o matita?”), in poche parole se scrivi in mutande. Chi non ti conosce già nella vita, molto probabilmente vorrà invece accertarsi che la tua autorialità non sia una fregatura (“perché dovrei comprare il suo libro?”), in una frase: accertarsi che il libro lo abbia davvero scritto tu. È una differenza che mi fa sorridere.

La seconda: l’incompletezza. Questa mattina, al risveglio, si sono presentate nella mia testa quelle cose che ieri, come in occasione di altre presentazioni passate, avrei potuto dire ma che non ho detto, le cose sulle quali avrei potuto essere più precisa. Mi sono un po’ rimproverata: devi essere più precisa, la prossima volta devi dire questo e quest’altro. Devi farlo meglio, mi sono detta, stai più attenta.

Parlare di un romanzo come Senzanome vuol dire per me poterne discutere sotto diversi punti di vista: quello strettamente letterario (si tratta pur sempre di un romanzo, non ho mica scritto un saggio), quello psicologico, quello storico, giuridico e sociologico. Provo a parlare di Senzanome tenendo conto di tutte queste prospettive possibili, perché credo nell’efficacia a lungo termine della completezza e della conoscenza quando è diffusa.

Continuerò a cercare di fare del mio meglio, ma forse portare in giro questo romanzo vuole e vorrà dire per me imparare ad accettare che ci sarà sempre qualcosa che rimarrà fuori anche dalla migliore delle presentazioni. Mentirei se dicessi che si tratta per me di qualcosa di semplice da accettare. Non lo è affatto.

Ma per cominciare a praticare questo esercizio di accettazione di perfezione non raggiungibile, ora e per il futuro mi riprometto di visualizzare ancora ciò che ho già visto: i corpi seduti ma protesi in avanti per la curiosità, per la voglia di sapere e anche di dare ciascuno il suo contributo con domande o dubbi. Forse dimenticherò sempre di dire qualcosa, ma se c’è attenzione allora ciò che non ho detto io, con la mia persona in quel momento specifico, troverà comunque la sua strada, la sua porta aperta e qualcuno dall’altra parte.

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